La testimonianza di una missionaria

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Sono sr. Cecilia delle Suore Oblate di Maria Vergine di Fatima. Vengo dagli Stati Uniti, e nel 1997 con altre 4 suore ho aperto la nostra prima casa in missione a Moratuwa, nello Sri Lanka. Lì vi sono rimasta per tre anni, sembrano pochi, ma per me sono stati molto intensi. E’ stata un’esperienza che ha segnato profondamente la mia vita e la voglio condividere con voi.

Non è facile descrivere in poche battute quello che ho vissuto, perciò utilizzerò un simbolo per sintetizzare la mia esperienza: vi parlerò degli occhi. Gli occhi sono lo specchio dell’anima, sono la prima cosa che si nota guardando un Volto, gli occhi sono anche il simbolo della presenza viva e attenta di Dio, che veglia e accompagna ogni persona, come scrive il profeta Isaia, “Noi siamo preziosi ai suoi occhi, degni di stima ed Egli ci ama.” (Is. 43 ). Il missionario, dunque, rappresenta lo sguardo di Dio che si posa su tutti i fratelli e le sorelle che egli incontra. Dio ha bisogno di occhi umani per mostrare nel buio del mondo la luce piena del Suo sguardo.

Negli anni di missione ho notato come nella cultura orientale si comunichi molto con gli occhi. Le persone dello Sri Lanka sono generalmente riservate e contenute nell’esprimere sia il dolore sia la gioia. Vivendo accanto a loro ho colto come esprimessero solo con gli occhi tante emozioni e desideri. Ho ancora impressi nella memoria gli occhi neri, innocenti dei bambini, che brillano di una gioia semplice, gli occhi dei giovani che sognano un futuro migliore, gli occhi spenti di chi ha perso ogni speranza di riuscita e gli occhi degli anziani, pieni di pazienza e umile sapienza. Per una come me, che arrivava da fuori, ci è voluto tempo, attenzione e delicatezza per comprendere il linguaggio silenzioso di quegli occhi, per entrare in punta di piedi nella vita delle persone e per cogliere ciò che stavano vivendo, rispettando i tempi e i modi, senza imporre il mio modo di vedere. Quegli sguardi, che non dimenticherò mai, mi chiedevano semplicemente coraggio e speranza per continuare a sopravvivere, senza essere giudicati o, ancor peggio, condannati. Perché dico questo?

La prima impressione che ho avuto nell’impatto con il popolo sri lankese è quella di essere di fronte ad un popolo “rassegnato”. Di fatto, in Sri Lanka, come in India, anche se in modo meno radicale, esistono ancora le caste, che discriminano le persone a partire dalla classe a cui appartiene la famiglia di origine, inoltre vi è la convinzione, derivata dal buddismo, che sia destinato nascere in una casta o in un’altra, per cui non si può fare nulla per migliorare il proprio stato di vita. Tale distinzione porta alla discriminazione, per cui è consentito frequentare solo persone della propria casta; addirittura esiste la casta dei “poveri più poveri”, disprezzati ed emarginati da tutti, anche dallo stato. Da tale situazione derivano insanabili disuguaglianze fra i ricchi che hanno ogni possibilità di emancipazione, e i poveri - la maggioranza - che vivono nelle baracche senza elettricità e servizi igienici. A quest’ultimi, ritenuti gli scarti della società, si è rivolta subito la nostra attenzione e la nostra cura.

Dopo poche settimane dell’apertura della casa, notando come la prima necessità fosse proprio quella di aiutare i ragazzi più poveri, ci siamo rimboccate le maniche, e nei pomeriggi, dopo la chiusura della scuola materna, abbiamo iniziato ad invitare questi ragazzi, detti “ragazzi del mare”, a partecipare ad un dopo-scuola, che permettesse loro di accedere agli studi superiori, a loro preclusi. Così, con i mezzi che a quel tempo erano a nostra disposizione: poche panche di legno che fungevano da tavolo, sotto gli alberi, nel cortile della Chiesa Parrocchiale, abbiamo organizzato una “scuola all’aperto”, tutta a disposizione di questi ragazzi emarginati che potevano essere aiutati a fare i compiti e ricevere spiegazioni delle materie, per un rendimento scolastico migliore e per una loro crescita umana e spirituale.

Ricordo le prime lezioni con i ragazzi del mare: erano ingestibili, oserei dire “caotici”; non riuscivano a concentrarsi e neppure a stare per un momento seduti. Abbiamo capito subito il perché: erano stanchi ed affamati, tanti di loro quel giorno non avevano pranzato, nelle loro baracche non c’era nulla da mangiare… Mancava loro il bene di prima necessità senza il quale non si poteva nutrire la mente e il cuore. Da quel giorno, che non dimenticherò, insieme alle mie sorelle abbiamo sempre distribuito prima delle lezioni un po’ di thè con alcuni biscotti, che per molti costituiva l’unico pasto della giornata, perché a stomaco vuoto non si ragiona. Le lezioni si chiudevano sempre giocando tutti insieme, perché avevamo notato che questi ragazzi portavano nel cuore tante preoccupazioni e tensioni delle loro famiglie o della loro solitudine e, dunque, i momenti di distensione erano necessari per riacquistare un minimo di serenità e di fiducia da portare anche a casa.

Dopo la tragedia dello Tsunami, nel dicembre 2004, moltissime persone dall’Italia hanno inviato alla nostra missione in Sri Lanka generose offerte per dare sostegno alla popolazione così colpita, anche con il desiderio di realizzare un’opera che potesse accogliere in modo dignitoso i ‘ragazzi del mare’. Da più di un anno, le nostre suore hanno un luogo adeguato e accogliente da offrire per continuare il doposcuola e le mie sorelle distribuiscono ai ragazzi un pranzo completo, per garantire loro una sana alimentazione; le lezioni non sono più all’aperto, ma in questa nuova struttura realizzata proprio per loro!

In poco tempo ci siamo rese conto che questi ragazzi avevano bisogno soprattutto di attenzione, affetto e fiducia per sviluppare tutti i loro talenti: era sorprendente come i ragazzi del mare apprendessero al volo ciò che non avevano capito nelle scuole dove subivano il giudizio e l’emarginazione; il pregiudizio su di loro, ritenuti incapaci, li bloccava nell’apprendimento; invece, dando loro in anticipo fiducia e affetto, abbiamo toccato con mano dei miracoli inaspettati, delle trasformazioni non solo nell’apprendimento, ma anche nella sfera delle relazioni, con tanta attenzione verso gli altri. Col passare degli anni questi ragazzi hanno avuto la possibilità di continuare i loro studi e diventare dei professionisti e quindi hanno potuto migliorare sensibilmente la propria condizione. Qualcuno di essi ora insegna anche nella nostra scuola materna, accanto alle nostre suore, come segno di riconoscenza e voglia di donare ciò che hanno ricevuto.

Vi racconto altri sguardi che non posso dimenticare.

Il primo episodio si colloca all’inizio della mia presenza in Sri Lanka. Mi era stato suggerito di frequentare la scuola materna, dove non c’erano altre persone che parlavano né inglese né italiano, per imparare più velocemente a scrivere e a pronunciare in modo corretto la lingua srilankese. Così ho frequentato per un po’ di tempo la scuola materna della Caritas parrocchiale che offriva ai bambini piccoli, che vivono con i genitori per strada, lezioni molto semplici, perché questi bambini non hanno il diritto di frequentare la scuola statale non avendo neppure il certificato di nascita. Così a 36 anni mi sono trovata accanto ad una schiera di piccoli aiutanti: bambini con lo sguardo disarmato, che mi chiamavano “sudu sister,” cioè Suora bianca: erano loro a prendersi cura di me, impegnandosi a perfezionare la mia scrittura che era un po’ grossolana per le lettere che hanno forme diverse delle nostre; questi bambini mi hanno insegnato con tanta pazienza, il nome dei colori, i giorni della settimana, i numeri e le piccole cose di ogni giorno. Sono stati i miei primi maestri!

Quando poi, ho iniziato a visitare le baracche per incontrare le famiglie che il Parroco ci aveva indicato, mi commuovevo sempre. Entrando in quelle case era come trovarmi di fronte ad un mistero sacro, una presenza di Dio accanto all’uomo e dentro la storia. Quelle baracche erano così spoglie e povere che ti imbattevi subito nel mistero della vita e delle anime, che non hanno niente, ma hanno tutto perché vanno all’essenziale e vivono solo di ciò che è importante. Le famiglie più povere non avevano né sedie né letti, dormivano per terra. Non c’era un posto per studiare e fare i compiti se non sdraiandosi per terra, eppure molti di loro avevano la sapienza della vita.

  • Ho anche visto il modo creativo e insolito con cui i poveri, fronteggiano le difficoltà. Soprattutto le donne, le mamme… capaci di privarsi del necessario per far crescere i figli.

  • Ho visto certe donne a 30 anni senza denti, perché non possono permettersi di andare dal dentista, … prima i figli devono prima mangiare.

  • Ho visto bambini malnutriti, a causa dalla scarsa e cattiva alimentazione.

  • Ho visto anche malattie che in occidente non si vedono più: bambini affetti da poliomelite, tifo, colera, tubercolosi, dengò e altre infezioni.

  • Ho visto anche gli effetti della guerra. Sono stata in Sri Lanka durante un periodo di grande tensione per la guerra. Ci sono stati coprifuochi, controlli della polizia lungo le strade. Una notte la polizia ha bussato alla nostra porta dicendo che doveva fare l’ispezione della casa: cercavano dei profughi nascosti. Ci sono stati attacchi di kamikaze e spesso questi avvenivano sull’autobus. Sono stati addestrati bambini e ragazzi giovanissimi, non sospettati perché vestiti con l’uniforme delle scuole. In quel tempo ogni viaggio verso Colombo, la capitale, era un viaggio di apprensione. Ci si guardava intorno, e purtroppo si sospettava di chiunque. Grazie a Dio la guerra è cessata.

Nel documento Deus Caritas Est, Papa Benedetto XVI, ci ha invitato ad avere un cuore che vede. Che vede soprattutto dove c’è bisogno di amore. La storia siamo noi e la facciamo quotidianamente.

Se l’esperienza è stata forte ed è stata un dono immenso, perché vissuta intensamente, questo dono mi rende altrettanto responsabile.

Responsabile: per ciò che ho visto,

per ciò che ho ricevuto e imparato 

per ciò che ho lasciato, le persone, le nostre consorelle e tutti i

fratelli, degni di stima e di amore.

Concludo invocando la Vergine Immacolata, perché ci aiuti tutti a scorgere nella nostra vita lo sguardo di Dio Padre, che ha “guardato l’umiltà della sua serva.”

Uno sguardo d’amore che crea una relazione e trasforma tutto e tutti in bellezza, in dignità filiale e fraterna. Gli occhi della Santissima Vergine sono il riflesso più trasparente della bellezza e della misericordia di Dio. Ancora questa sera, con le parole della Salve Regina, preghiamo che Ella “rivolga a noi e a tutti i poveri gli occhi suoi misericordiosi”. Amen.